PICCOLI GUERRIERI

 

 

 

 

Come tutte le mattine Petburi, 10 anni, raggiunge a piedi la scuola elementare del villaggio dove vive, a Ko Samui, un’isola della Thailandia meridionale. L’umidità è una costante: a seconda dell’ora e della stagione oscilla tra il 66 e l’82 per cento, mentre la temperatura media di 30-35°, tra marzo e maggio, arriva tranquillamente a sfiorare i 40°. Ma Petburi neanche ci fa caso, percorre il breve sentiero di terra battuta costeggiato da palme e banani, e raggiunge la sua classe. Per qualche ora sarà solo un bambino tra bambini, ma quando suonerà la campanella per tutti diventerà Occhi di Tigre, il suo nome d’arte, o meglio da combattimento. Perché Petburi, 23 chili di peso, è un lottatore professionista di Muay Thai – la micidiale arte marziale thailandese – e come tale ha diritto al suo appellativo da ring, assegnato dall’allenatore.

La Thai Boxe, come viene chiamata in Occidente, è una forma di lotta tra le più efficaci e antiche del mondo, con una tecnica fatta di pugni, calci, gomitate, proiezioni e leve articolari. Un combattimento senza esclusione di colpi e che prevede il K.O. anche per i bambini di 8 anni. Petburi non è un’eccezione: a diversi chilometri da Ko Samui, in un quartiere-bidonville alla periferia di Bangkok, vive e si allena Phonsak, 9 anni e 24 chili di peso, con i suoi cugini Thanon, Dat e Ineng, rispettivamente di 13, 12 e 11 anni. Quattro giovanissime promesse che, abbandonata la campagna, si sono trasferite nella capitale con uno zio ex-pugile.

 

Anche in città il copione è identico: la mattina a scuola e il pomeriggio sul ring improvvisato nel campo dei fratelli Seri, campioni di Muay Thai in pensione, oggi riciclati come manager-allenatori. Tre, quattro ore di lavoro intenso, fatto di salto con la corda, esercizi per gli addominali, movimenti di tecnica a vuoto. Per poi passare al sacco e ai round veri e propri, combattendo con i maestri o gli allievi più grandi. Ma non solo: a casa, sotto le amorevoli cure dello zio, i quattro scriccioli-guerrieri potenziano i loro muscoli con impressionanti trucchi fuori manuale. Il più raccapricciante consiste nel sollevare con i denti fino a otto chili di peso, per rinforzare il collo. Un’attività massacrante, a cui però i bambini si sottopongono “spontaneamente”, attirati dal miraggio della fama e, soprattutto, di una certa stabilità economica che permetterà a loro e alle famiglie di vivere con dignità. Così nei campi di allenamento i piccoli si presentano da soli, magari sulla scia di un fratello più grande, e solo alcune volte accompagnati dai genitori.

Ufficialmente in Thailandia le competizioni di Muay Thai sono legali a partire dai 12 anni, ma l’età si abbassa abusivamente di quattro anni perché i combattimenti sono comunque un’alternativa a una realtà sempre più dilagante e drammatica, legata alla prostituzione e alla droga. Secondo gli ultimi dati dell’Unicef, nel paese ci sono almeno 800.000 bambini coinvolti nel mercato del sesso, ed entro il Duemila si prevedono 40.000 nuovi casi di minori sieropositivi. Senza contare che il 32 per cento della forza lavoro del paese è costituito proprio da bambini, impiegati nelle fabbriche dalle 8 del mattino alle 11 di sera, con un salario che si aggira intorno ai 20 dollari al mese, l’equivalente di 35 mila lire, mentre quello degli adulti è intorno alle 100-150 mila lire. In questo scenario si può forse capire perché un ragazzino di 10 anni preferisca guadagnarsi da vivere sul ring. Quasi sempre i bambini che arrivano dalle campagne sono affidati dai genitori a un manager-allenatore che gestisce un campo con l’aiuto della moglie. Questi personaggi, naturalmente per soldi, si occupano a tempo pieno dei loro piccoli guerrieri: li ospitano, li nutrono, si preoccupano di mandarli a scuola, li curano quando si fanno male, organizzano incontri in tutta la Thailandia e, ogni mese, spediscono ai genitori i guadagni. O meglio una percentuale, presumibilmente bassa, comunque sufficiente a far sopravvivere la famiglia. Dati ufficiali non ce ne sono, ma è probabile che per ogni combattimento il manager incassi l’equivalente di 150 mila lire: quanto guadagna in un mese un thailandese che lavora in città.

Questo perché qui la Muay Thai è molto più di uno sport nazionale. Fa parte della storia e della tradizione: i campioni diventano famosissimi e strapagati, e nelle piccole città, durante gli incontri, le strade si svuotano. Ogni bambino conosce a memoria la storia del mitico Phra Buddha Chao Sua, detto Re Tigre, un sovrano che amava a tal punto i combattimenti da viaggiare in incognito per il regno alla ricerca di nuovi avversari, e fondatore di numerosi Kay Muay, campi di allenamento, per insegnare e diffondere questa tecnica. Ancora più famosa la figura leggendaria di Nai Khanom Thom, considerato il padre di tutti i thai boxer: quando nel 1774 era prigioniero di guerra in Birmania, il re Mangra volle metterlo alla prova per verificare la reale efficacia della Muay Thai. Lo fece combattere con 10 “gladiatori” birmani, che naturalmente vennero sconfitti. Nai Khanom Thom guadagnò la libertà sua e dei compagni e, una volta tornato in patria, diventò un eroe nazionale. Tanto che ancora oggi, ogni 17 marzo, se ne onora la memoria con una giornata dedicata ai campioni di Muay Thai.

Ma in qualsiasi momento dell’anno, e in ogni angolo del paese, si organizzano incontri tra gli oltre 60.000 professionisti. Cui vanno aggiunti i numerosissimi piccoli guerrieri abusivi che salgono quotidianamente sul ring senza protezione. Assistere a questi scontri è tutt’altro che difficile: basta allontanarsi dalle città più grandi, dove il controllo della polizia è, almeno apparentemente, troppo serrato. Invece in ogni centro di medie dimensioni, dai confini con la Birmania fino alle coste e alle isole del sud, capita di notare piccoli volantini attaccati ai muri o appoggiati casualmente sui banconi dei locali, che pubblicizzano gli incontri con indirizzo e orario. Qualche volta si tratta addirittura di uno stadio regolare, dove i bambini servono a scaldare il pubblico prima degli incontri tra campioni affermati. In genere però le gare avvengono dentro vecchi capannoni industriali abbandonati e riadattati. Non ci sono spalti né panche: qualcuno si porta una sedia da casa, ma la maggior parte della gente si accalca in piedi. Intorno al ring c’è di tutto, compresa una folla infinita di scommettitori e giocatori d’azzardo, mescolati ai normali tifosi che seguono in trasferta i loro beniamini. Sono per lo più  thailandesi, anche se nelle province turistiche non è raro incontrare occidentali disposti a puntare ingenti somme di denaro che pochi locali potrebbero permettersi.

Se ci si allontana di pochi metri, si scopre una realtà diversa: le famiglie dei bambini combattenti che, appena possono, si spostano con qualsiasi mezzo per assistere agli incontri. Capita di trovare genitori che, nella stessa serata, vedono battersi due o tre figli: così si accampano in qualche modo e aspettano pazienti per ore. A causa del caldo i combattimenti di solito cominciano verso le 8 di sera e continuano anche fino alle 3 di notte. La mamma di Petburi, per esempio, è spesso tra questi spettatori: sostiene di non aver paura quando vede il suo piccolo lottare perché “il suo destino è quello di diventare boxeur”.

Eppure basta osservare i bambini prima di salire sul ring per percepirne la paura e l’angoscia, quasi mai legata al timore di farsi male, ma all’ansia di perdere l’incontro. E non è solo per spirito competitivo o voglia di affermarsi: sanno perfettamente che, dall’esito dei loro round, dipenderà la sopravvivenza della famiglia. Devono dominarsi, vincere questa guerra di nervi e concentrarsi sull’avversario. Salgono sul ring accompagnati dal ritmo ipnotico della musica tradizionale, che continuerà durante tutta la lotta. E prima del combattimento ogni atleta esegue la ram muay, danza rituale della boxe thailandese, quasi una cerimonia religiosa, per rendere omaggio agli spiriti e ingraziarseli. Pochi minuti e poi l’inferno.

 

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