Ho conosciuto la boxe per merito suo mi sembra giusto dedicargli queste pagine
Perdonateci, ma vedendo un incontro di questo grande atleta …
by Gm

ci innamorammo della boxe.

A lui, al più grande dedichiamo queste pagine

Il 18 gennaio Alì compirà 63 anni

Un’altra grande festa per il compleanno

18 gennaio 2004
"Il piu' bello, il piu' simpatico, sicuramente il piu' grande," Mohammed Ali', leggenda oltre lo sport, Paul Simon, India Arie, Nataly Cole, tutti li' per festeggiarlo con Sylvester Stallone che ringraziera il cielo che Rocky non si sia mai trovato di fronte a The Greatest, uno speciale buon compleanno a chi e' stato per molto tempo veloce come una farfalla e pungente come un ape.

Una della tante feste per chi pur devastato da una malattia che fa tremare proprio lui che non ha mai avuto paura, ha ancora voglia di farsi ascoltare: "Sono diventato famoso per essere contraddittorio. Tutta la mia vita, sin da piccolo, ho sempre detto che se fossi diventato famoso avrei aiutato la mia gente come altri non hanno fatto".

Mohammed Ali' ha ricevuto la stella che sara' esposta sulla celebre passeggiata di Hollywood Boulevard insieme alle altre 2000.

Ci tiene ad aggiungere che la sua fama inizio' con il titolo mondiale conquistato battendo Sonny Liston, ma e' consapevole di aver scioccato tutti per aver deciso di non chiamarsi piu' Cassius Clay.

Contro le regole, da sempre e per sempre.

Ma lo sapevate che…..

LA GRANDE AVVENTURA SPORTIVA HA INIZIO

CON IL FURTO DI UNA BICI

Forse il pugno più bello della sua carriera lo ha inferto nel '96 all'inaugurazione dei Giochi di Atlanta, accettando di esibire in mondovisione la sua maschera di sofferenza per accendere con mano tremante la fiaccola olimpica.

E perché dovrei andare a fare la guerra in Vietnam? Nessuno di quei fottuti vietcong mi ha mai chiamato "sporco negro"». Cassius Clay, lo sportivo del secolo, è morto così, negli anni Sessanta: con una dichiarazione di guerra all'America dei bianchi.

Ma al suo posto, negli anni Sessanta, è nato Muhammad Alì, il gladiatore capace di cambiare le regole del gioco:

Cassius Clay fra i ragazzi del suo quartiere

il primo campione in grado di mettere la sua arte al servizio della causa dei diritti civili. "Il più grande", "l'eccelso", "il re del mondo". Unico e inimitabile, irripetibile. Il talento più celebrato di tutti i tempi: ha cambiato il suo nome per cambiare la boxe e l'America, la concezione dello sport e la condizione dei neri. Una leggenda vivente, che ha trovato nella religione islamica la forza per demolire gli avversari sul ring e fuori, comunicare col mondo e indossare i panni dell'eroe, del politico, del poeta, dell'artista, del leader universale. Fino ad affrontare con commovente dignità il calvario della malattia, il morbo di Alzheimer: forse, il pugno più bello della sua carriera lo ha inferto nel '96 all'inaugurazione dei Giochi di Atlanta, accettando di esibire in mondovisione la sua maschera di sofferenza per accendere con mano tremante la fiaccola olimpica, devastato dal male ma in fondo protetto dal dio che non smette mai di vegliare sui grandissimi.

TUTTO MERITO E’ DI UNA BICICLETTA RUBATA
La storia sportiva più famosa del secolo comincia col furto di una bicicletta.

Il padre l'aveva regalata il giorno stesso al giovanissimo Cassius Marcellus Clay, che corre a festeggiare con gli amici alla fiera di Louisville, la città del Kentucky dove è nato, il 18 gennaio 1942. La bici sparisce, e Clay si rivolge al poliziotto di guardia, che alla sera gestisce una palestra di boxe: «A che ti serve ritrovare la bicicletta - gli dice l'agente - se poi non saresti capace di prendere a pugni chi te l'ha rubata?». Clay si convince, indossa i guantoni e suscita immediata attenzione: è ingenuo, non conosce i colpi proibiti, non è neppure potente. Ma dispone di un'arma mai prima comparsa nell'arsenale della boxe: la velocità. Botte fulminee. E movenze eleganti: una autentica danza, fatta di grazia e leggerezza.

LA SUA FRASE PIU’ FAMOSA
DANZERO' COME UNA FARFALLA, PUNGERO' COME UN'APE

Così, pian piano perfezionerà la sua tattica di gara disorientando ogni avversario: saltellandogli attorno con sorprendente agilità e sfuggendo ai suoi colpi fino a sfinirlo, per poi stenderlo al tappeto con pochi ganci possenti, jab micidiali ma quasi invisibili, vibrati con rapidità incredibile. «Danzare come una farfalla e pungere come un'ape», sarà il suo leit-motiv, condito con la discutibile esuberanza istrionica di un'altra sua innovazione assoluta, la grandine di sfottò, minacce e insulti destinati all'avversario, prima dell'incontro e poi anche sul ring: «Non sei nessuno, buffone, ti faccio a pezzi, miserabile servo dei bianchi: allora, tutto qui quel che sai fare?». Roba da far inferocire chiunque, figurarsi i ringhiosi giganti neri delle arene pugilistiche: «Quel Clay? Che pagliaccio. Crollerà al primo round». E' quel che pensò anche il campione del mondo Sonny Liston nel 1964 trovandosi di fronte il "chiacchierone", che aveva già deciso di cambiare il suo nome dopo aver gettato in mare la medaglia d'oro olimpica conquistata a Roma nel '60, deluso dagli americani bianchi che non l'avevano accettato: «Per vivere alla pari, qui, non basta nemmeno esser diventato un campione olimpico». C'erano tre cose che Liston non poteva sapere: e cioè quanto fosse efficace la danza della "farfalla", quanto micidiale fosse la puntura dell'"ape" di Louisville, e soprattutto quanta rabbia armasse la sua prodigiosa intelligenza.

LISTON & PATTERSON, BOXE E POLITICA
Il periodo attorno al match Clay-Liston del '64 è decisivo per la storia dello sport mondiale ma anche per le condizioni sociali e culturali della realtà americana. Liston, probabilmente il pugile più potente di tutti i tempi, aveva appena demolito sul ring il "negro buono" Floyd Patterson strappandogli la corona dei pesi massimi: ma mentre l'integrazionista Patterson, favorevole al dialogo coi bianchi, era stato invitato da John Kennedy a Washington alla vigilia dell'incontro, nessuno andò ad accogliere il vincitore all'aeroporto della sua città, Filadelfia, dove persino il sindaco si rifiutò di riceverlo. «Non mi aspettavo che il presidente mi invitasse alla Casa Bianca per farmi sedere accanto a Jackie e farmi alla giocare alla lotta con i piccoli - disse Liston, profondamente amareggiato - ma non mi aspettavo nemmeno di essere trattato come un topo di fogna».

LUI, «IL PIU' GRANDE», DALLA PARTE DI MALCOM X
Nell'America kennediana ancora divisa dalla segregazione razziale, la dimensione popolarissima del pugilato diventa il terreno cruciale su cui pesare il presente e preparare il futuro. Il campione uscente, Patterson, è impegnato socialmente nel solco di Martin Luther King sulla strada del dialogo e della non-violenza, mentre il terribile Liston, divenuto pugile in prigione, è un povero analfabeta sfruttato dal mafioso italo-americano Frankie Carbo che controlla le scommesse di una boxe corrotta. Due maschere in qualche modo rassicuranti, Patterson e Liston: il nero evoluto ma umile che rifiuta lo scontro coi bianchi e il nero primitivo e violento, condannato a vita nel suo ghetto dominato dai delinquenti. Il giovane campione olimpico di Louisville si oppone ad entrambi: al truce Liston, che si lascia sfruttare dai criminali, e al mite Patterson, troppo "politically correct" come il reverendo King, al quale Clay preferisce il bellicoso Malcom X di cui diverrà amico e compagno di lotta. Il pubblico americano è avvertito: i conti saranno regolati sul ring nel corso di incontri che trascineranno negli stadi e inchioderanno davanti alla televisione l'intera nazione.

NO AL VIETNAM, IL GRAN RIFIUTO
La consacrazione del "chiacchierone" matura ai danni di Liston, frastornato dalla danza della "farfalla" e colpito duro dagli affondi dell'"ape" di Louisville, che lo costringe addirittura al ritiro. Al termine dell'incontro, Clay chiude col suo passato grazie ad un triplice annuncio: ha abbracciato la religione musulmana, ha aderito al movimento politico dei "musulmani neri" e ha cambiato il suo nome in Muhammad Alì. Una scelta difficile, persino quella del nome: "Cassius Marcellus Clay" gli piaceva, come aveva confessato già al tempo delle Olimpiadi di Roma componendovi versi: «Marcellus vanquished Carthages, Cassius laid Julius Caesar low» (Marcello conquistò Cartagine, Cassio umiliò Giulio Cesare). Da quel momento, steso al tappeto l'invincibile Liston che aveva demolito il beniamino del presidente Kennedy, Clay-Alì diventa un ingombro politico: lo temono i benpensanti che non si fidano dei musulmani né tantomeno delle "pantere nere", gli estremisti guidati da Malcom X, profeta della violenza come unica arma contro la segregazione razziale. Aiutato a crescere nella boxe dai maggiorenti della sua Louisville che l'hanno tenuto al riparo dalle grinfie della mafia, Alì fa paura anche ai clan italo-americani, per difendersi dai quali comincia a blindare il suo entourage, protetto da controlli strettissimi. Lo strappo definitivo dalla società americana si consuma nel '67, quando Alì decide di sottrarsi al servizio militare mentre infuria la guerra in Vietnam: rifiuta l'uniforme per motivi religiosi, ma aggiunge che non se la sentirebbe di combattere contro i vietnamiti quando il suo vero nemico sono i razzisti bianchi d'America. Parole che gli costano la revoca del titolo mondiale dei pesi massimi: un'ingiustizia clamorosa, destinata però a suscitare polemiche in tutto il mondo e a proiettare in ogni continente la popolarità del campione ribelle, bello di fama e di sventura.

NON MI CHIAMO PIU' CLAY, CAPITO?»
Riammesso nel circuito della boxe, Alì riconquisterà il titolo mondiale altre due volte, contro George Foreman e Leon Spinks, prima di ritirarsi dalla scena alle soglie dei quarant'anni, sconfitto nell'80 da Larry Holmes. Una carriera da record, dal 1960 al 1981: solo 5 incontri persi su 61 disputati (22 di rilievo mondiale), quindi in tutto 56 vittorie di cui 37 per ko. A far impazzire avversari e tifosi, giornalisti e scrittori come Norman Mailer, la sua eleganza sul ring, il suo genio ironico e la sua rabbia inesauribile. Con la quale regolò i conti anche col vecchio Floyd Patterson che continuava a rifiutarsi di chiamarlo Alì: «Allora, com'è che mi chiamo?», gli urlava ad ogni jab che gli stampava in faccia, prima di vederlo crollare al tappeto.

LE OMBRE DEL TRAMONTO

Dal punto di vista sportivo, sottolinea il giornalista David Remnick autore della biografia "Il re del mondo" (Feltrinelli), l'unica grande ombra sulla carriera di Alì resta il secondo incontro con Sonny Liston, messo a terra con un colpo letteralmente "invisibile"; di lì a poco, Liston uscì di scena per sempre, trovato morto in circostanze misteriose, scaricato dai suoi padrini mafiosi, solitario e disperato per il disprezzo del pubblico, ormai affascinato da Alì. Il quale, sul piano umano e politico, ebbe in seguito a pentirsi amaramente di aver abbandonato il suo "amico fraterno" Malcom X, ostracizzato dai "musulmani neri" e poi ucciso in un attentato. Alla fine degli anni '70 Alì riuscirà a deludere anche i suoi milioni di tifosi: malgrado l'età avanzata non sarà capace di chiudere con la boxe, soprattutto per motivi economici, pregiudicando irrimediabilmente la sua salute e togliendo credibilità sportiva a diversi incontri. Tutto alla fine gli sarà comunque perdonato: ritiratosi dalle scene e attenuatisi i contrasti sociali negli Usa, Alì diventerà una sorta di ambasciatore mondiale dello sport, straordinario testimonial e grande sostenitore dei valori universali della pace e della tolleranza.

L'ULTIMA FIAMMATA: LA NOTTE DI KINSHASA
Ma nei suoi ultimi anni di boxe, prima di imboccare il viale del tramonto, la sua stella brillò ancora una volta: nell'incontro probabilmente più importante della storia del pugilato, quello contro Foreman nel '74, documentato nello splendido film "Quando eravamo re" ("When we were kings") prodotto da Spike Lee. Un evento planetario, con la storica decisione di disputare il match in Africa, nella capitale dell'ex Congo che il dittatore Mobutu aveva ribattezzato Zaire dopo la liberazione dal colonialismo. Accorsero star internazionali, musicisti neri come BB King, Miriam Makeba e James Brown, e tutto il mondo rimase in piedi a seguire in televisione la sfida impossibile tra l'ormai vacillante Alì, "pugile finito" e sovrappeso, e il vigoroso neo-campione dei massimi, George Foreman, che commise l'errore di presentarsi a Kinshasa con al guinzaglio due pastori tedeschi, i cani usati contro gli africani dalla polizia coloniale belga. Alì, che puntava alla riconquista del titolo, sottopose anche Foreman al consueto "trattamento preliminare", tutto verbale, per indebolirlo sul piano psicologico prima ancora del match; giunse perfino ad incitare la folla a sostenerlo: il pubblico gridava «Alì, boma-je!» («Alì, uccidilo!»). Ma il colossale atleta iridato, chiamato «buffone servo dei bianchi» dall'ex re del mondo, sapeva che Alì era ormai appannato. La leggendaria "farfalla" non poteva più «danzare», non sarebbe stato difficile chiuderla all'angolo e infilzarla. Lo sapeva anche Alì, che per questo cambiò completamente strategia.

MORTE E RESURREZIONE, TRIONFO LEGGENDARIO
A vincere la sua paura nei confronti del potentissimo Foreman fu ancora una volta la riserva inesauribile di rabbia del pugile-ribelle, che nel corso di estenuanti allenamenti a porte chiuse ordinò ai suoi sparring-partner di riempirlo di botte. In pochi mesi, Alì (che non poteva più contare sull'agilità per schivare i terribili colpi dell'avversario) esercitò il suo fisico a sopportare il dolore. Salì sul palco e tenne tutti col fiato sospeso: sembrava un bersaglio inanimato sotto i colpi di Foreman. Subì ogni affondo, aggrappato alle corde, per diverse riprese, senza riuscire ad opporre la minima resistenza alle possenti bordate del campione in carica. Le telecamere lo sorpresero smarrito, gli occhi pieni solo di paura. Eppure riuscì a tener duro, a non crollare. Fino a quando si accorse della fatica che, alla fine, stava cominciando a fiaccare Foreman. Fu un attimo: due colpi soltanto, ma fulminei e micidiali come ai tempi d'oro. Il giovane gigante vacillò, stordito e incredulo. Una moviola drammatica: Foreman che si accascia lentamente sul tappeto, Alì che lo insegue col terzo pugno di cui non ci sarà bisogno, l'arbitro che decreta il ko e l'uragano liberatorio del pubblico di Kinshasa e di milioni di telespettatori di tutto il mondo. Il re era rinato, si era riconquistato il titolo. C'era in gioco la sua credibilità, e di rimando quella delle sue tante battaglie del passato. L'uomo delle sfide impossibili entra così per sempre nella leggenda con l'ultima impresa omerica in terra d'Africa. E al momento del commiato, la telecamera lo inquadra all'aeroporto di Kinshasa, la valigia in una mano, mentre con l'altra accarezza bambini neri e li avverte: «Non avete idea di quanto siate buoni, voi africani, non avete idea di come sia invece il posto dove vivo io» .

1942 Cassius Marcellus Clay Jr. nasce il 17 gennaio a Louisville in Kentucky. Già da ragazzino inizia a boxare.

1960 Conquista la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Roma nella categoria massimi leggeri.
1964 A soli 22 diventa campione mondiale dei massimi mettendo k.o. il detentore Sonny Liston. Il giorno successivo annuncia la sua conversione all'Islam e prende il nome di Muhammad Ali.
1967 Per il suo rifiuto a prestare servizio militare in Vietnam, viene privato della licenza di pugile e condannato cinque anni di reclusione.

1970 Il ricorso presentato da Ali alla Corte Suprema viene accolto e il verdetto precedente annullato. Torna a combattere e perde ai punti contro Joe Frazier: dopo 15 round violentissimi tutte e due i pugili vengono ricoverati in ospedale.

1974 Riconquista il titolo mondiale battendo per k.o. George Foreman.

1978 Perde il titolo mondiale in febbraio lo riconquista a settembre dello stesso anno battendo Leon Spinks.

1979 Annuncia il suo ritiro; torna a combattere in due occasioni ma è solo l'ombra del grande pugile di un tempo.

Al giorno d'oggi Alì è malato del morbo di parkinson, molti lo hanno attribuito agli innumerevoli colpi subiti nella sua carriera, limitato nei movimenti a nella parola dimostra ancora grande umanità e senso umoristico.

GLI INCONTRI PIU' IMPORTANTI

25-02-1964 Contro SONNY LISTON diventa campione del mondo

08-03-1971 Contro JOE FRAZIER viene sconfitto ai punti

28-01-1974 Si prende la rivincita e JOE FRAZIER questa volta perde ai punti

30-10-1974 Combatte il colosso GEORGE FOREMAN in Africa e vince per ko in 8 riprese

01-09-1975 Ancora Smokin' JOE FRAZIER per lui, ma lo obbliga al ritiro

RIFLESSIONI SUL PIU' GRANDE
Quando Cassius Clay divenne Mohamed Ali, si trasformò anche nell’uomo sportivo più calunniato della storia. Ma Ali non combatteva solo per la gloria nel pugilato, lottava per il rispetto della gente di tutte le razze e di tutto il mondo, affrontò il governo degli Stati Uniti per il diritto ad usare il nome di Ali a dispetto di quelli che consideravano l’origine del nome una minaccia e di quelli che volevano strumentalizzarlo.

Combatteva con suoi pugni, affidandosi alla sua fede in Dio ed in sé stesso.

L’influenza di Ali sulla sua generazione e su quelle successive è indiscutibile, il suo biografo Thomas Hauser afferma "gode di una condizione accordata solo a pochi uomini e donne su questo pianeta, è diventato immortale mentre era ancora in vita”.

Bingham prosegue: "Non ha bisogno di aprire bocca, quando attraversa una stanza la controlla, tutto il mondo lo ama”.

Per tutti, Ali rappresentava una forza spirituale vicina a quella dei grandi leader religiosi come Gandhi e Martin Luther King, Jr. Smith conferma: "Ha conquistato la semplicità, voleva vivere nella parola del suo Dio nel miglior modo possibile, e Dio gli diceva di non uccidere la gente in Vietnam. È molto profondo e complesso, nonostante le lusinghe, le minacce e le ripercussioni ha fatto quello che credeva giusto. È un concetto molto semplice, ma non facile da mettere in pratica”.

La maggior parte dei giovani sanno molto poco dei rischi corsi da Ali per difendere la sua opinione politica, né comprendono a pieno la grandezza della sua battaglia per riconquistare ciò che aveva perduto a causa della sua presa di posizione. Ali conosceva bene il sacrificio, lo scherno e la disperazione. " Ali era ben conscio di ciò che rappresentava di fronte a centinaia di milioni di persone, quando intraprese il suo ritorno dall’esilio dal ring, in particolare, prima del suo combattimento per il titolo contro l’invincibile George Foreman in Zaire dimostrò grande coraggio e fede.

Jon Voight, che conosce Ali dal 1968, ricorda. "Chiamai casa sua prima dell’incontro in Zaire, non volevo neppure parlare dell’avvenimento, ma ci pensavo continuamente, così come allora facevano tutti, e gli chiesi subito: ‘allora che succederà all’incontro?' Lui non si fermava mai a pensare quando parlava, ma questa volta lo fece, e poi disse “devo vincere, no?’ Sapeva cosa significasse per tutti, doveva riprendersi il titolo, ma sapeva anche quanto fosse importante per tutti noi”.

L’impegno di Ali ha ispirato la gente nei modi più disparati, Drew "Bundini" Brown, aggiunge: "Per me Ali era semplicemente il miglior vero atleta che ci fosse, non c’è sport duro quanto la boxe.

Ed ammiravo il suo esibizionismo anche ai tempi in cui tra i neri non si parlava in quel modo

Era pura energia e stile”. La speranza che Ali ha dato ai poveri ed agli oppressi ha superato i confini statunitensi. In questo senso la sua forza è rimasta immutata rispetto ai tempi in cui era il campione.

"Fight Doctor" Ferdie Pacheco afferma: “I messicani americani, in particolar modo i contadini emigrati, non avevano avuto la possibilità di conoscerlo come sportivo ma solo per quello che rappresentava politicamente. Ebbe il coraggio di difendere la sua posizione, dicendo di non voler essere trattato come uno schiavo da nessuno, era un rivoluzionario”. Howard Bingham prosegue: "Ali è un uomo comune, preferisce stare in mezzo alla gente piuttosto che in un campo di golf o a capo di una grande società. È sempre stato così, la sua forza viene dalla gente che lo ama perché lui non gli ha mai mentito”.

Galvanizzava le folle in modo diverso, non solo in America, ma anche nel resto del mondo, quando si oppose alla leva, quando si convertì alla religione islamica e cambiò il proprio nome e quando si espose apertamente contro il governo. Tutto il mondo lo ha visto ed ascoltato”.
Mann conclude: "Affrontare Ali è un’impresa imponente ma anche emozionante, ti fa scorrere l’adrenalina nelle vene, perché ami la storia e

Ami ciò che rappresenta oggi e rappresentava 30 anni fa”.

..."ESSERE CAMPIONE DEL MONDO DEI PESI

MASSIMI È COME ESSERE L'ALLUCE DI DIO"

JACK JOHNSON---------- JACK DEMPSEY------------ JOE LOUIS

 

ROCKY MARCIANO----------- MUHAMMAD ALI------------ MIKE TYSON

Per i match impossibili

VAI SU

www.lafortezzaclub.it

buon divertimento

d.d. & g.m.

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