Il Monaco by Vr

L’unica carta vincente di un film come Il Monaco è che non si prende affatto sul serio, il che è sempre più frequente nel cinema americano d’azione, questo perché si tratta di un genere ormai logoro, che a partire dagli anni ’80 non fa altro che stiracchiare una formula unica. L’unico cambiamento – piuttosto superficiale, a ben vedere - riguarda lo spostamento graduale dai corpi palestrati e dai volti inespressivi dei vari Stallone-Schwarzenegger-Seagal, all’ironia degli eroi-antieroi Willis-Gibson, fino ad approdare alla moda delle arti marziali e al saccheggio indiscriminato del cinema di Hong Kong, a cui inutilmente Hollywood cerca di rubare ritmi e stili adattandoli alla propria estetica patinata.


Tratto da un fumetto di fine anni ’90 della Flypaper Press (che coproduce il film), Il Monaco, dicevamo, sceglie la carta (abusata, anch’essa, ma più onesta) dell’autoironia, aiutato in questo dalla splendida maschera di un attore carismatico come Chow Yun-Fat che porta l’intero film sulle sue
spalle.
Chow interpreta il ruolo del monaco tibetano senza nome che, nel 1943, riceve l’incarico dal proprio maestro di custodire e proteggere un’importante pergamena, nella quale è celato il potere di dominare il mondo e sulla quale Struker, un malvagio ufficiale nazista, ambisce a mettere le mani. Grazie al potere della pergamena, il monaco attraversa i decenni senza invecchiare e si ritrova così nell’America del nuovo millennio, inseguito ancora dal nazista, ormai vecchio e sulla sedia a rotelle ma aiutato dalla crudele figlia. Negli States fa la conoscenza di Kar, un giovanotto spiantato che, secondo le profezie, potrebbe essere il prossimo custode del prezioso oggetto. C’è solo un modo per scoprirlo: metterlo alla prova…


Il Monaco, prodotto tra gli altri da John Woo e Terence Chang, è stato girato interamente negli studios delle principali città del Canada, da anni vere e proprie succursali di Hollywood. A parte Chow, che aveva fatto una notevole preparazione atletica in La tigre e il dragone, tutti gli altri attori hanno dovuto allenarsi a combattere con e senza cavi, anche se la produzione è poi ricorsa all’ausilio di controfigure per le scene più difficili. Ma per l’insopportabile Seann William Scott (American Pie) sarebbe stata migliore l’opzione di una controfigura in ogni scena del film. Se anche uno con la sua espressione, può passare per un illuminato, allora...
Le scene di combattimento sono indubbiamente spettacolari ma anche piuttosto “verosimili”, e non deluderanno gli appassionati di arti marziali. Come in Matrix, i cavi sono stati eliminati al computer, ma qui si è cercato di rendere questa invisibile tecnologia ancora meno ingombrante.


La coreografia dei combattimenti è a cura di Wong Wai Leung e, per gli stunt, di Wei Tung (altrove accreditato come Stephen Tung), che oltre ad essere lui stesso uno stunt è anche attore e regista.
Gli americani hanno capito da subito, sin dai tempi de I tre dell’operazione drago, che per cogliere un minimo della suspence dei combattimenti orientali c'è bisogno di qualcuno che li conosca da vicino e sappia gestirli. Salvo poi vanificare i loro sforzi con una regia disattenta o un montaggio che spezzetta troppo l’azione. In questo caso però l’esordiente Paul Hunter riesce a preservare una certa “integrità” alle scene d’azione, e per fortuna, perché il film non offre molto di più, se non una trama scontata fino alla nausea, dialoghi risibili e battutacce in stile zen per le quali nemmeno la pretesa autoironia del film può essere d’antidoto.

alcuni video: Trailer 56k

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